

Sono una rosa accentata, un po' spaventata e un po' incazzata. Però, ad essere sincera, sono un alito di Niente.
1[Il mio sito]
3 puntini
Anna73
Annegami la mente
Biogiannozzi
BioII
Cabiria55
Darin
Divento di vento
Dog (& Furby)
Enza
Eremo
Fedifrago
Figlio di nessuno
Fiodor
Frigidchill
Fuoco di Seta
Giardino lontano
Grassa e bella
Gupina
Il membro del Signor X
Il Vagabondo
Impercettibili sfumature
Irisnera
Jakartacafe
jesus-k
Kinglear
Lullabye
MaleficoBlog
Maya
Melacerba
Mirandaglam
Murasaki
Orlando
Pazzo
Sentiero66
Shaitan
Speedangel
Sunlady
Thalja
Tittyna
Tre Puntini
Viciouslove
Whitezagara
X-Slayer
Zam Zum
glialtrinonsanno@
hotmail.com
Quando qualcuno ti giudica con facilità è solo perchè, in realtà, ha paura di essere giudicato.
Odio l'ipocrisia ma solo perchè io sono una grande ipocrita.
Ho più certezza di quello che non ho che di ciò che ho, perchè ho la sensazione di non possedere nemmeno me stessa.
Ho imparato ad amare mio padre dopo la sua morte. E' stato un morto in vita ed è un vivo in morte.
Se vuoi diventare qualcuno nella vita, prima devi imparare ad essere nessuno.
Il rispetto di sè non sempre è possibile ma il desiderio di sopravvivenza sì, nonostante questo sotterri il primo.
Sono forte solo perché so di essere debole.
Mai fidarsi di chi ti dice, accorato: "Abbi fiducia in me".
La più vile di tutte le necessità: quella della
confidenza, quella della confessione. E' la necessità dell'anima di
esternarsi.
Confessa pure; ma confessa ciò che non senti. Libera pure la tua anima dal
peso dei suoi segreti raccontandoli; ma meglio sarebbe se il segreto che
racconti non lo avessi mai raccontato.
Mentisci a te stesso prima di raccontare quella verità.
Esprimersi è sempre sbagliare. Fai in modo che esprimere significhi
mentire.
Dopo un'annata di silenzio, rifaccio la piega ai miei pensieri e ai miei istinti che, a volte, trovo patetici ma che -senz'ombra di dubbio- mi fanno sentire libera. Che mi si schiatti il cuore ma io rivoglio esternare impropriamente. MI basta un minuto al giorno, giuro.

Non riesco a scriverti quello vorrei. Credimi se ti dico che, nella mia mente, ci sono mille pensieri dedicati a te, eppure non riesco a metterli in ordine qui, sulla carta. Ogni pensiero che vorrei dedicarti, bello o brutto che sia, si accavalla a un altro e gioca a nascondersi per poi fare capolino, all’improvviso.
Allora rimango qui, con questo foglio aperto in attesa che uno delle tante riflessioni mi compaia improvvisa ed energica, pari a un suono d’accordo che s’incespichi tra dita e tasti.
Non ricordo più il tuo viso liberamente e, se non fosse per quella foto che ci ritrae assieme, di te richiamerei alla memoria solo gli occhi e le labbra come se essi fossero l’unica cosa che mi rimane di te. Sai bene (forse no!) che, di te, mi rimane tutto, come un velo sulla pelle che nessuno può vedere se non la mia pelle. Ed è bello così; è bello che gli altri non riescano a vedere.
Sei un ritornello costante dei miei giorni e non posso fare a meno di sperare, un giorno, di riuscire a comporre la tua canzone, quella che avevi incominciato in quella soffitta un po’ trascurata e alla quale io avrei dovuto regalar parole. Purtroppo non ci sono stati altri accordi se non quelli e non ci sono stati verbi se non un improvviso silenzio voluto da nessuno, se non da quel signore che porta il nome di Fato.
Tu sei là, tra i fulmini di quel temporale che s’allontana piano e poi ritorna dandomi schiaffi di luce. Luce vera, sai? Non quella luce che s’accende al mattino e si spegne a sera inoltrata, insieme a me, insieme all’abbraccio che mi do e che dovresti darmi tu.
Tu mi ricompari in piena faccia a ogni pagina della mia vita che si volta e che non tornerà, come una sorta di resoconto, come una crudele appendice, come un amoroso calcetto che mi ricorda che quando dissi “per sempre”, in realtà, per sempre era.
Io ci provo, credimi. Provo a sostituirti un po’ qua e un po’ là e provo anche a distogliermi il tuo ricordo che s’è impuntato in mezzo al cuore come una piccola freccia che nessuno sa estirpare –amore!- perché non sa aspettare che il mio cuore s’allarghi un po’.
Corrono tutti, tutti vogliono cogliere qualcosa per darmi essenza, per dire, sotto le pieghe di un piacere puramente fisico, che “sono qualcosa”. In verità, mia freccia, io sono niente, io sono ancora niente, perché sento ancora il dolore di chi s’è inginocchiato contro il ruvido asfalto per lunghi anni.
Respiravi nei miei capelli, ricordi? Respiravi forte per poi darmi l’aria che mi mancava e se fossi morta soffocata, sono certa che avrei creduto di prendere, in realtà, vita.
Soffro un po’ oggi. Non cosa sia. E’ un debole senso d’abbandono che non riesco a vivere come vorrei. Non m’importa, però. E’ l’ennesima pagina che si volta e ci sei ancora tu, Amore. Oltre te solo mattoni. Solo mattoni…
Eppur mi son scordata di me, come ho fatto non so!
Lo so, lo so, ma direi che non Te ne deve fregare un cazzo. Si può dire cazzo? Non rammento più. Oh no, non rammento...
Ritorno da dove sono venuta.
Ciao Rù! A presto.
http://radicieparole.splinder.com


Quando la neve scendeva sotto il calar d'anima
la tua effervescenza si slogava in un balzo di minuetto.
Hai presente quale, mia Signora?
Se tu provassi a scostare con il solo sguardo,
(quello che più ami)
la setata tendina che ti protegge dal sole
(Sì, quella)
vedresti che la neve si posò sul cappello riverso della luna
e giace lì da quando sulle tue perlate ginocchia
s'adagiò la tua lacrima d'oro.
Quando piangerai si scioglieranno i fiocchi sulla luna
e io, cieca e bendata, potrò guardare la ruga purpurea che tu nascondi.

Foto de "ilmio"
Versi: di Aretino e Rosarù
Ma anche le mani che coprono e scoprono
tal beltà assaggerei, io.
Le man dal cazzo no vuol levar
e se non vo’ far questa pazzia io impazzirò.
Togli le mani, oh! Oh, togli.
Perch'io prov'or un sì solenne cazzo
che mi rovescia l'orlo della potta,
io vorrei esser tutta quanta potta,
ma vorrei che tu fossi tutto cazzo.

Ti amo Rù.
Ti amo anche da quaggiù
dove le foglie di Novembre si sgretolano
sotto gli inesistenti piedi
che tu schiacci con i tuoi sguardi impetuosi.
Ti odio, Rù.
Ti odio anche da quassù
dove il sole M'abbraccia e mi scotta le gote
sotto i rivoli del fuoco
che tu spegni con un tuo sorirso un po' esagerato.
E canto il battito d'ali che tu, mia e sua,
non rammenti distratta dalle corse che non fai
da tempo,
perché il Tempo t'ha mangiato le virgole dell'anima
che riposa tra il tramortito e il pigro.
Io ti guardo e mi rannicchio
tra le tue gambe d'ossa
e scivolo lassù, appena sotto la cornice del tuo cuore
e là rimarrei fino allo scoccar di Primavera.
E qua rimango, Rù.
Quando il sole si nasconde dietro un frugolo di parole finte e bugiarde a me, personalmente, viene da ridere amaramente ed é per questo voglio dare al mio riso amaro la giustizia della parola. Questo è mio e mio rimane ma la piega cambia, a mio piacimento. Con le domande vi consiglio di pulirvi il culo, con le risposte inesistenti fate ciò che vi pare, basta che mi lasciate fuori dai pettegolezzi dell'ignoranza.
Non conto da 20 giorni: vinco!

Ho dato fuoco alle fiamme dell'angolo che più mi piaceva di te. L'ho fatto con convinzione, eppur mi convinco di aver fatto male, un male sordo che mi bussa e mi ribussa appena dietro le tempie, anche quando, con clamore, giaccio sopra e sotto il suo corpo possente e infrangente. Nell'attimo di ultimo sussulto io, audacemente, urlerei il tuo nome e, sotto le mie unghie, perse nell'oceano della carne, vorrei trattenere la tua pelle e rimanere ferma, in quell'attimo che non riconosco più.
Sussurro, invece, il suo mentre la mia mano si ritrae, nell'impercettibile.
E' come cogliere un'orchidea mai piantata nel prato della passione; è come bere la purezza tra i veli bianchi dell'onnipotenza.
Io, prima di dare fuoco a te e al tuo angolo tra gli angoli infiniti dell'infinito, sorseggiavo purezza in una casa abbandonata e oscura, tra terra e fango in compagnia di una scala che trasudava odori osceni e vecchi ricordi. Ricordi quella casa? E' ancora impressa nella tua mente? O, senza rendermene conto, ho dato fuoco anche ad essa?
Mordendomi le caviglie, lui mi riporta in quel luogo lontano e vissuto nel quale le mie caviglie erano solo tue: maltrattate e rigonfie di putrida melma. E mentre lui m'offre un gelato al limone tu m'offrivi terriccio misto a saliva che mi saliva fin su agli occhi, facendomi lacrimare rabbia e odio fino a concludersi in un accordo di mortale passione.
Non morii, però...
I tuoi segni ci sono ancora... Non darò loro fuoco, ma in quell'angolo no, non verrò più!


Oh membro vestito e svestito di aculei lancinanti,
da sotto a sopra (ma anche da sopra a sotto)
io, pavida ed impavida, della mia lingua
ti arzigogolerei (eh!).
Oh membro, ho paura!
E se una tua spina d'ardore mi rimanesse là,
proprio là,
dove si sfaccenda la mia verginea mente,
che farei?
Posso cantar filastrocche,
mentre m'approprio dell'insenatura eretta?
O debbo, me povera, dare animo all'attento respiro
per non stramazzar ai tuoi piedi?
Oh perversa congiuntura di palato e ugola,
canterei per tacere poi.
Gorgheggiam, gorgheggiam...
(senza ingoiar?)

Ipoteticamente fragile io? Forse non hai capito niente, allora. Io sono decisamente fragile e per diventare tale ho sudato e risudato càmici e lenzuola, strade e giardini e, adesso tu, vieni a dirmi che io sono ipoteticamente fragile? Io SONO fragile e guai (lo urlo!) chi oserà togliermi, anche solo di un grado, la mia fragilità. E' la mia conquista, è la mia carta da scala reale, non so se mi spiego. E' il mio cuore e il mio sangue (esangue, ahahahah)
Dammi un colore, un qualsiasi colore
e io ti ridò il rosso cuore.
Dammi la possibilità di scegliere
e io mi riprendo collare e corde.
Dammi un urlo, uno qualsiasi ma che sia tuo
e io t'offro il mio dolore,
quello che sta tra il cuore e la bocca.
Soffocami la parola, una sola, mentre parlo
e io ti renderò il potere che avevi.
Eh?
Ma ti ricordi? Ricordi quando mi schiacciavi lì?
Tra l'angolo della scrivania e l'angolino piccolo e buio
della mia paura.
Te lo ricordi?
Rammenti quel pupazzo di pezza straccia che stringevo,
nascondendo lacrime e vibrando orgoglio come una guerriera finta?
Ti sovvengono, nella mente lontana,
gli schiocchi della cinghia bagnata sotto l'acqua fredda?
E ti ricordi delle urla che non ho mai urlato, vecchio?
Erano quella vittoria che, ancora, non sapevo di avere.
Erano la mia fragilità che mi faceva vincere
e ho vinto.
Io t'ho vinto, vecchio...
E ora posso.
Io adesso posso dire d'essere vestita di fragilità e nessuno, oggi o domani, mi strapperá queste vesti.
{Dedicato a chi credeva che, dandomi le botte, m'avrebbe resa forte!}
Ti penso.
Tu potresti chiederti e chiedermi: "Pensavi a me?"
Io dovrei risponderti: "Certo che no!"
E tu dovresti pensare: "Che bugiarda!"
E se tu mi confidassi che m'hai pensata bugiarda io ti direi: "Ma come osi?" e riderei in silenzio, serieggiando.